Il Treno dei bambini
Cari Lettori, oggi vi parlo di un argomento delicato e speciale. Preparate i fazzoletti per le lacrime che verserete…
1945, fine della Seconda Guerra mondiale, i cuori sono più leggeri, ma i dolori peggiori si celano nelle case a cui nessuno importa.
1945, pochi mesi dopo la fine della guerra, in molti parti d’Italia migliaia di bambini muoiono di fame e freddo. A Milano, il 16 dicembre, partì il primo treno di questo meraviglioso progetto, che ha segnato la nostra storia italiana. 1800 bambini vengono divisi dalle loro famiglie, sempre in modo volontario, e partono in direzione Reggio Emilia, dove ad accoglierli ci saranno famiglie, o persone singole, che gli daranno la possibilità di stare al caldo e nutrirsi per un periodo prima di tornare a casa.
Teresa Noce
Teresa Noce, fu l’organizzatrice di questo progetto, membro dell’Unione donne italiane, insieme a molte collaboratrici, trovarono la disponibilità per i primi bambini. Nella sua “stufa rossa”, l’ufficio chiamato così per una stufa in terracotta rossa che illumina la stanza, entravano e uscivano bambini e bambine accompagnate dai genitori. La propaganda si chiamò “Per la salvezza dei bambini” e questo aiutò le organizzatrici ad aumentare il numero di posti, le aspettative erano per sole poche decine di bambini, ma il risultato finale fu di 2000. In seguito le destinazioni si ampliarono e si aggiunsero Parma, Piacenza, Modena, Bologna e Ravenna.
Qualche mese dopo la prima partenza, il Partito comunista italiano decise di estendere questa possibilità di una nuova vita anche alle regioni meridionali. Grazie a ciò uno treni più carichi fu proprio quello che partì da Napoli, nel 1947, di circa 10.000 ragazzi. Dal 1948 anche dalle regioni della Calabria, Sicilia, Sardegna e Puglia, partirono altri treni; questo progetto si prolungò fino al 1952 salvando molte vite.
Le donne coraggiose del Udi
Durante il dopoguerra ci furono numerose donne che si rimboccarono le maniche e presero atto della situazione. I membri dell’Udi furono tra queste, aiutarono i bambini in ogni modo possibile: si occuparono di curarli e vaccinarli, raccolsero fondi e indumenti, distribuirono a ognuno un paio di scarpe (per alcuni furono le prime), tagliarono loro i capelli ed eliminarono
i pidocchi. Selezionarono i più bisognosi, basandosi anche sulle loro condizioni di salute e sulla fiducia che le organizzatrici riuscivano a conquistare dalle famiglie. La fiducia fu una delle parti più ardue da affrontare, poiché vigevano dicerie secondo cui molti parroci fecero circolare la leggenda dell’esistenza dei comunisti “mangia bambini”. Dopotutto, lasciare un figlio non fu facile per nessune di quelle famiglie che diedero uno scorcio di luce in una lunga vita buia. Inoltre, ad aiutare, ci furono molteplici medici volontari e crocerossine.
I Treni della felicità
I treni della felicità, così venivano chiamati per la felicità che si sperava portassero nelle vite dei bambini. Ad accoglierli, per primi, nella stazione di arrivo e al momento della ripartenza verso casa, c’erano le bande musicali di ferrovieri e le militanti di militanti che avevano il compito di smistare i bambini alle famiglie. Inoltre, ad ognuno era assegnato un numero, per essere riconosciuti. 
Il vero viaggio iniziava una volta arrivati, le famiglie ospitanti non erano ricchi, ma perlopiù contadine e operaie, con già 5 o 6 figli da sfamare, eppure in quella realtà trovarono gioia e accoglienza; dopotutto al tempo era famoso il detto: “Dove si mangia in sette, si mangia anche in otto!”.
Due Italie verso la vera unione
Le differenze tra nord e sud si aggravarono dopo l’unità della nazione, in ritardo rispetto ad altri paesi europei, come la Germania. Le difficoltà economiche furono a causa del Governo Italiano che investì maggiormente sul settentrione, evidenziando le disuguaglianze già presenti anche in campo sociale. 
Ragion per cui i bambini, nei loro nidi temporanei, avvertirono benesseri a loro sconosciuti, come il privilegio nell’andare a scuola, avere sempre un pasto e, a volte, addirittura un posto letto singolo solo per loro.
Questa campagna fu un’agevolazione per la “Solidarietà nazionale”, slogan che venne trascritto su teli appesi sui treni, con frasi come “Non esiste nord e sud, esiste l’Italia”, oppure “Salviamo l’infanzia”.
Conclusione
Cari Lettori, questa non è una storia di fantasia, accadde davvero nel dopoguerra. Fu una storia triste per le madri che dovettero lasciar andare i propri figli, eppure creò speranza nella vita di quei bambini. Certe volte ti vuole più bene chi ti lascia andare, di chi ti trattiene…
Inoltre, vi consiglio la visione del film Netflix “Il Treno dei bambini”; esso racconta la vicenda dal punto di vista del giovane Amerigo Speranza, che lasciò sua madre da Napoli alla volta di Modena. Dalla sua nuova famiglia trovò una nuova passione, quella della musica, in particolare per il violino. La storia si conclude in modo commovente, ma niente spoiler!
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