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Sport. Denaro. Sponsorizzazioni. “Gossip”. Questo è lo sport del XXI secolo: un gioco che attira il pubblico e attrae soldi, merci e sovvenzioni. Ma che, spesso, perde la sua purezza, il suo significato, il suo messaggio. Attività come il calcio ruotano attorno al potere economico; altre costruiscono la propria fama sull’incessante “gossip”; altre ancora si allontanano sempre più dalla passione, addentrandosi nella superficialità, nella svogliatezza, nel solo e triste consenso mediatico.

Tutto questo a scapito di quegli sport che, invece, mantengono e rinnovano il significato più autentico della parola sport. Discipline in cui il sudore si mescola alle lacrime, il dolore alla sconfitta. Sport in cui i flussi di denaro non circolano, ma dove la passione, la caparbietà e i sorrisi non si sono ancora spenti.

Mi riferisco, ad esempio, al ciclismo, che conosco bene e che per questo mi permetto di giudicare. In questo mondo, distante dalla quotidianità della maggior parte degli italiani, nonostante il nostro Paese ospiti con orgoglio importanti gare e competizioni, nulla si basa sul denaro. Tutto si fonda sulla forza: forza fisica, certamente, spesso portata al limite da percorsi di centinaia di chilometri, costellati da salite minacciose e altamente selettive; ma anche forza mentale, determinante e incisiva ancor più della resistenza fisica.

Perché, quando le gambe iniziano a farsi pesanti, il respiro si fa affannoso e il volto si contrae per lo sforzo, è la mente a dover decidere. È la mente che determina il risultato, sia esso positivo o negativo.

In questo gioco, così come in molti altri, l’impegno e la fatica non portano necessariamente a riconoscimenti o applausi. Perché il denaro non è una costante, il “gossip” resta lontano da ruote e pedali. E l’uomo, davanti a tanta — forse troppa — trasparenza, spesso preferisce voltarsi dall’altra parte.

Tuttavia, denaro, potere, fama e visibilità non sempre valorizzano. Rimanere nascosti, silenziosi e poco conosciuti permette a certi sport di restare autentici. Permette a discipline lontane dai riflettori di conservare la freschezza della competizione e il rispetto tra rivali. Permette ad atleti e collaboratori di sorridere sinceramente a chi grida il loro nome, sostenendoli come persone, non solo come professionisti costretti a performare.

Lo sport dovrebbe basarsi su questo: sulla voglia di vincere, certo, ma soprattutto sulla sicurezza, sulla lealtà, sulla gioia di scendere in campo o tuffarsi in acqua. Lo sport non può diventare l’ennesimo spettacolo organizzato da chi possiede il denaro e sceglie di sfruttarlo.

Perché lo sport, quello vero, non è questo.

Nessun gioco è superiore o inferiore a un altro. Ma purtroppo questo è ciò che la società in cui viviamo ci costringe a pensare. Perché, ancora una volta, dove il potere e il pubblico non arrivano l’interessa scema, o al contrario non riesce a crescere. Ma, vi chiedo, contano di più autografi e dediche firmate con il solo obiettivo di essere condivise sui social, o sorrisi e timidi gesti di saluto da parte di chi, ogni giorno, piange e ride amando il proprio sport?