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Quando sono stata selezionata per partecipare allo scambio in Uruguay – in lacrime, accogliendo la notizia con gioia – ho deciso di proporre un interessante sondaggio a coloro che conoscevo per annunciare la notizia: indica dove si trova, a grandi linee, l’Uruguay. 

Per quanto io possa ricordare, penso che nessuno abbia indovinato, nemmeno io stessa. 

Ed è un peccato che l’Uruguay sia così poco conosciuto, perché quello che noi 20 ragazzi abbiamo vissuto è qualcosa di raro, un’esperienza che lascia il segno. 

Fin da subito avrei capito che il nostro sarebbe stato un gruppo legato e pronto a mobilitarsi e a risolvere i problemi con facilità. L’esperienza vera, per quanto l’accoglienza in Italia dei nostri possa essere emozionante, penso sia stata sul campo, dall’altro lato del mondo raggiungibile dopo tredici infinite ore di volo. 

Guidati dalla professoressa Mattia Gelsomino, siamo atterrati a Buenos Aires, ritrovandoci in una dimensione completamente nuova con ore di insonnia sulle spalle, ma pronti a esplorare una città che, con molta probabilità, ci saremmo potuti godere solo per quei due giorni e mai più nella vita. Abbiamo esplorato il Caminito, un vivace quartiere immerso nei colori e nella gioia, raggiungendola autonomamente in taxi dimostrando, a detta della professoressa Gelsomino, una grande maturità. E non potrei smentirla! 

I due giorni di immersione in Argentina sono stati solamente il trailer per ciò che ci avrebbe aspettato già a partire dalla sera del secondo giorno, con il nostro arrivo in Uruguay. Dopo quattro ore di traghetto che ci hanno permesso di raggiungere il porto della capitale Montevideo, siamo stati accolti dai nostri partner in maniera calorosa, in vero e proprio stile sudamericano. Perché se c’è una enorme differenza dall’Italia, quella è nei modi di fare. Siamo stati accolti in maniera eccellente, facendoci immediatamente divertire e sentire a nostro agio, specialmente a scuola.

Già dal primo giorno a scuola, ci siamo resi conto di quanto fosse diverso rispetto al nostro istituto, non solo per la struttura ma anche per l’atmosfera. Il complesso della Scuola Italiana di Montevideo, l’istituto dei nostri partner, lo potrei definire grande tre volte il nostro istituto, a grandi linee. La scuola è così immensa che ci sono studenti che entrano all’età di quattro mesi ed escono con il diploma tra le mani a diciotto anni, pronti per il mondo del lavoro. Si vive un gran senso di comunità, con i professori che vengono chiamati per nome e senza l’utilizzo della terza persona, eccetto rari casi di professori provenienti dall’Italia che richiedono un certo atteggiamento alle loro lezioni. Esistono due sistemi scolastici: quello uruguayano e quello italiano. La maggior parte degli studenti che hanno partecipato allo scambio sono attualmente all’ultimo anno del sistema italiano, che prevede una buona parte delle materie in lingua italiana – divisi negli indirizzi come scientifico o linguistico – ma alcuni studenti seguono invece il sistema uruguayano che mantiene l’italiano solamente come lingua da studiare, senza l’applicazione nelle diverse materie.  

Dopo qualche giorno di ambientamento scolastico, è arrivato il momento che tutti aspettavamo: la gita. Penso che la vera svolta nell’immersione culturale sia arrivata proprio in quel momento, con l’intero gruppo delle quarte, annata che corrisponde alla nostra terza superiore in quanto l’istruzione uruguayana termina un anno prima di quella italiana. In pullman, siamo partiti per raggiungere Cabo Polonio, una riserva naturale che accoglie una spiaggia che si affaccia direttamente sull’oceano. Parcheggiato il pullman, ci siamo resi conto che il divertimento era solamente alle porte, in quanto per raggiungere il mare saremmo dovuti salire su un autobus-safari a doppio piano, che avrebbe attraversato le dune (in maniera alquanto pericolosa ma anche piena di risate) facendoci raggiungere sotto il sole cocente la spiaggia. Una volta arrivati, è incominciato il divertimento, con partite di calcio improvvisate in tutti gli angoli possibili e chi, invece, voleva provare l’ebbrezza delle onde dell’oceano una volta nella vita, oppure semplicemente prendere un po’ di sole – che si sarebbe rivelato poi in una scottatura più o meno pesante. 

A mio avviso, il ritorno è stato per me il momento più immersivo e divertente di tutto lo scambio. Ero seduta assieme alla mia partner, Lucia, e ho avuto modo di parlare con diversi suoi compagni, per quanto la lingua lo permettesse, per ore e ore. Lì, il tempo sembrava essersi fermato, e avrei desiderato poter conoscerli ancora più a fondo nonostante si trattasse di normali chiacchierate tra giovani diciassettenni. Lì ho fatto amicizia con molte persone, cercando di comunicare utilizzando quel poco grezzo spagnolo che già sapevo, ma le parole non erano necessarie: potevo vedere un legame così profondo che andava ben oltre alla semplice comunicazione. 

Ma perché ho deciso di intitolare questo articolo “l’Italia del Sudamerica”? 

Penso che la risposta sia molto vicina, ma inversamente sconosciuta a noi italiani. Durante il nostro soggiorno abbiamo partecipato a diversi workshop, più o meno collaborativi, in cui siamo andati alla scoperta dell’identità della città di Montevideo e dell’intero Uruguay, e abbiamo scoperto che un uruguayano su due ha origini proprio italiane! Tra le varie chiacchere abbiamo scoperto che anche le abitudini alimentari sono molto simili. La pasta è un piatto ben presente nella loro dieta, ma ogni giorno in tavola avranno sempre un piatto di carne. Un piatto tipico, come loro definiscono, è la “milanesa”, che però una volta davanti a me ho realizzato essere… una cotoletta alla milanese. Questo non toglie che anche loro abbiano, ovviamente, i loro pasti tipici, come l’asado, la carne di cui vanno giustamente fieri anche in competizione con i vicini argentini, o qualcosa di dolce come gli alfajores, due semplici biscotti uniti tra loro con un cucchiaino di dulce de leche, una crema spalmabile di latte e zucchero, dolcissima e ovunque presente. Senza rendercene conto, noi italiani arrivavamo spesso a mangiare carne e alfajores tutti i giorni, andando a riempire le nostre valigie di biscotti cercando di non sforare il limite di peso dell’aeroporto, inconveniente che purtroppo abbiamo dovuto sfidare. 

Ecco perché, per me, l’Uruguay è davvero l’Italia del Sudamerica. Non solo perché metà della popolazione sembra chiamarsi Lucia o per le cotolette che ci fanno sorridere di familiarità., ma perché ci siamo sentiti accolti come in una vera e propria famiglia. Tra una foto con il bastone dei selfie della prof e un autobus che sembrava uscito da Jurassic Park, abbiamo capito che il vero scambio non è solo culturale: è fatto di risate, scottature da sole, spagnolo improvvisato e biscotti stipati nelle valigie. 

Siamo tornati in Italia con l’accento un po’ contaminato, le doppie L e le Y che hanno cambiato suono a causa della differenza di parlato dalla Spagna, la pelle un po’ più scura (o arrossata), e lo stomaco un po’ più affezionato al dulce de leche.
Ma soprattutto con qualcosa che non si dichiara alla dogana: un pezzetto di Uruguay nel cuore… e forse anche nei sogni.