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Quando sentiamo parole come dipendenze, alcolismo, droghe, pensiamo quasi sempre che non ci riguardino. Ci sembrano problemi lontani, da adulti, da persone che hanno perso il controllo della propria vita. Noi no. Noi siamo adolescenti, andiamo alle feste, usciamo con gli amici, beviamo uno o due bicchieri “tanto per”, fumiamo una sigaretta ogni tanto. Nulla di grave, almeno così sembra.

Ed è proprio qui il punto: le dipendenze non iniziano mai con qualcosa di estremo. Iniziano sempre con qualcosa che sembra normale.

Un bicchiere per divertirsi.

Un altro per sentirsi più sicuri.

Poi magari non bevi più per fare festa, ma per dimenticare. Una delusione, una storia finita, una giornata storta. Bevi con un’amica e ti dici che serve solo a stare meglio, a spegnere per un attimo quello che senti.

E senza accorgertene, qualcosa cambia: non è più una scelta ma una necessità.

Questo vale per l’alcol, certo, ma non solo. Anche il fumo funziona così: una sigaretta per curiosità, poi per abitudine, poi perché “ne ho bisogno”. Lo stesso succede con sostanze considerate leggere o legali, che però diventano una risposta automatica ai problemi.

Ma le dipendenze non sono solo quelle che immaginiamo. Esistono anche quelle che viviamo ogni giorno, senza nemmeno chiamarle così.

I videogiochi, per esempio. Nascono per divertire, per rilassarsi, per staccare. Ma quando diventano l’unico posto in cui ci sentiamo davvero bene, quando passiamo ore davanti a uno schermo per evitare la realtà, quando tutto il resto perde importanza, allora non è più solo un gioco.

Lo stesso vale per i social. Scrollare per noia, per riempire il silenzio, per non pensare. Cercare like, approvazione, confronto continuo. Sentirsi invisibili se non si è online, ansiosi se nessuno risponde. Anche questa è una forma di dipendenza, spesso sottovalutata perché “ce l’hanno tutti”.

Il problema, infatti, non è la singola azione.

Il problema è quando qualcosa diventa l’unico modo per stare meglio.

Ci diciamo spesso di avere tutto sotto controllo. Che possiamo smettere quando vogliamo. Che è normale, che fa parte dell’età. Ma le dipendenze non chiedono il permesso. Arrivano piano, quando abbassi la guardia, quando inizi a usare qualcosa di esterno per riempire un vuoto interno.

Pensare che queste cose riguardino solo “gli altri” è il modo più facile per non vederle quando si avvicinano a noi. Le dipendenze non fanno distinzioni: età, carattere, forza non contano. Possono toccare chiunque, anche chi oggi è convinto di esserne lontanissimo.

Parlarne non significa essere deboli. Significa essere consapevoli. Riconoscere che certi comportamenti sono più vicini di quanto pensiamo è il primo passo per non ritrovarsi, un giorno, a dire: “Se solo ci avessi pensato prima.”

Perché spesso ciò che crediamo lontano, in realtà, è già qui.